Salmo 39

Preghiera nella malattia

moribondi

 

NON ANCORA AL LIMITE

Non ancora al limite della nuda
soglia ci avrà preceduti il silenzio;
dietro, l'oblio nostro e l'altrui.
Dimenticheremo gli accenti
che ci appassionavano, il crollo
dei miti affascinanti, ognuno
sarà come sopravvissuto, compagna
la sorpresa d'essersi creduto
ciò che non era. Io già intuisco
quanto di verità è racchiuso nel Libro
dei sette sigilli; e anch'io lo porto
nel ventre, come il profeta,
divorato e divoratore insieme. Questa
è la lotta dei giorni. Non vita.
Gli altri approderanno stanchi
d'esser morti, oh quante volte!
lungo la strada. Allora
comprenderemo come la vita è scivolata via
uguale a una barca di canne;
allora apparirà la muta illusione
che ci lanciava di balza in balza.

E non una scia. Superflui
e inutili come monumenti.(p.Turoldo)

1 Al maestro del coro. A Iedutùn. Salmo. Di Davide.
2 Ho detto: «Vigilerò sulla mia condotta
per non peccare con la mia lingua;
metterò il morso alla mia bocca
finché ho davanti il malvagio».
3 Ammutolito, in silenzio,
tacevo, ma a nulla serviva,
e più acuta si faceva la mia sofferenza.
4 Mi ardeva il cuore nel petto;
al ripensarci è divampato il fuoco.
Allora ho lasciato parlare la mia lingua:
5 «Fammi conoscere, Signore, la mia fine,
quale sia la misura dei miei giorni,
e saprò quanto fragile io sono».
6 Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni,
è un nulla per te la durata della mia vita.
Sì, è solo un soffio ogni uomo che vive.
7 Sì, è come un'ombra l'uomo che passa.
Sì, come un soffio si affanna,
accumula e non sa chi raccolga.
8 Ora, che potrei attendere, Signore?
È in te la mia speranza.
9 Liberami da tutte le mie iniquità,
non fare di me lo scherno dello stolto.
10 Ammutolito, non apro bocca,
perché sei tu che agisci.
11 Allontana da me i tuoi colpi:
sono distrutto sotto il peso della tua mano.
12 Castigando le sue colpe
tu correggi l'uomo,
corrodi come un tarlo i suoi tesori.
Sì, ogni uomo non è che un soffio.
13 Ascolta la mia preghiera, Signore,
porgi l'orecchio al mio grido,
non essere sordo alle mie lacrime,
perché presso di te io sono forestiero,
ospite come tutti i miei padri.
14 Distogli da me il tuo sguardo:
che io possa respirare,
prima che me ne vada
e di me non resti più nulla.

COMMENTI

RAVASI

Questa straziante elegia autobiografica sul male di vivere sembra scritta da un fratello di Qohelet, il celebre sapiente pessimista della Bibbia. Infatti per tre volte echeggia in crescendo il termine hebel caro a quell'autore (vedi 1,2; 12,8): tradotto spesso con "vanità", esso in realtà dice soffio, alito di vento impalpabile, ombra inafferrabile, nube che si dissolve al primo apparire del sole. Così è la vita anche per il nostro poeta, una sequenza vuota di giorni, lunga solo come una spanna (v. 6), pervasa dalla mania di possedere ricchezze che sono poi corrose dai tarli. La preghiera nuda di questo grande poeta è una sola: egli grida a Dio di lasciargli solo un attimo di tregua, di lasciarlo respirare un ( solo istante, di lasciargli inghiottire la saliva -come dice la colorita locuzione originale del v. 14 ancora usata in arabo per indicare un momento di pace. E poi, nell'ancor oscura visione veterotestamentaria dell'aldilà, ci sarà solo il nulla dello sheol, gli inferi della Bibbia. I vv. 13-14 del Salmo 39 col successivo Salmo 40,1-2 costituiscono la base letteraria della famosa Sinfonia dei Salmi di I. Stravinskij (1930).

don GIOVANNI NICOLINI

Ci troviamo davanti alla rivelazione-interpretazione del senso profondo della nostra vita. Il testo è piuttosto complesso, e bisogna talvolta arrivare a decidere quale significato attribuire alle parole e alle frasi. Così mi sembra un possibile significato dei vers.1-4: percepisco chiaramente la presenza e l'aggressività del Male nella mia vita, e quindi del male che può investirmi e dominarmi per poi manifestarsi con le mie parole, e forse addirittura con quella"parola" che sono la mia stessa persona e la mia vita. Per questo, "ammutolito, in silenzio, tacevo"; e qui le versione italiana rende con "ma a nulla serviva", quello che potrebbe essere forse, più direttamente "lontano dal bene": cioè, contengo nel silenzio la mia vita, metto "il morso alla mia bocca"(ver.2), finchè ho davanti il malvagio, finchè quindi sono esposto a quel male che incombe su di me per dominarmi. Ma, così facendo, resto lontano anche dal bene! "E più acuta si faceva la mia sofferenza" ascoltiamo dal ver.3. Questa chiusura di me per evitare di essere dominato e condotto dal male diventa insopportabile: "Mi ardeva il cuore nel petto; al ripensarci è divampato il fuoco"(ver.4). E perchè questo? Perchè quell'autoreclusione nel silenzio è come un chiudersi nella propria morte!
Allora, "ho lasciato parlare la mia lingua"! Rinunciando a quella forzata e disperata chiusura, mi rivolgo a Dio: "Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni"(ver.5). E questo mi rende consapevole della fragilità e della assoluta inconsistenza della mia vita: "di pochi palmi..un nulla per te la durata della mia vita..solo un soffio.. un'ombra...come un soffio si affanna, accumula e non sa chi raccolga"(vers.6-7).
Ma proprio la rivelazione della mia radicale pochezza diventa principio e fonte di una nuova speranza, di un nuovo senso della vita: "E' in Te la mia speranza. Liberami da tutte le mie iniquità, non fare di me lo scherno dello stolto"(ver.9). Ed ecco allora il nuovo volto del silenzio! Non più una chiusura angosciata, ma "..non apro bocca, perchè sei Tu che agisci". La correzione divina è severa. Il giudizio evangelico sulla mia vita è molto duro, ma ormai è dentro la comunione con il Signore che mi salva, che mi ama e vuole il mio bene. La vanità stessa della vita umana non è più disperata solitudine, ma luce di preghiera: "Ascolta la mia preghiera, Signore, non essere sordo alle mie lacrime"(ver.13). E di questo vesetto è bellissimo il commento di S.Agostino, quando dice in che senso "presso di Te sono forestiero". Sono "presso di Te", perchè da Te illuminato e condotto, e contemporaneamente sono "forestiero", perchè non sono ancora arrivato a Casa! Sono "ospite" come lo sono stati i miei padri nel loro esodo dalla schiavitù alla Terra Promessa.
Gesù mi rivela che davanti a me sta la Croce. Ne ho paura. Il ver.14 è preghiera di non essere sopraffatti da questo, perchè tale è la strada della pienezza della vita. Ma la mia fede è fragile. La mia fede è continuamente affacciata sul nulla: "..che io possa respirare, prima che me ne vada e di me non resti più nulla". Sia questo "nulla" il luogo dove mi conduce e mi aspetta il mio Salvatore, Lui che vi è entrato per trarne fuori ogni uomo e ogni donna della terra.

ROBERTO TUFARIELLO

Trovo in un commento uno spunto interessante. Due volte si ripete nel salmo che "ogni uomo è un soffio" (vv.6-7.12). All'orecchio di un israelita, questa frase può suonare anche come "ogni Adamo è Abele"! Il destino di ogni uomo – il nostro destino – è lo stesso di Abele, anche se non ne abbiamo l'innocenza: pur senza subire la violenza fatta ad Abele, la nostra esistenza è appunto "un soffio". Del resto, siamo portati a percepire la nostra morte come una violenza che dobbiamo comunque accettare... Sappiamo, però, che per noi credenti in Gesù non può essere più così, perché la nostra fine fisica coinciderà con l'ingresso in una vita più piena e realizzata in Lui. Torniamo allora alle parole di preghiera e di speranza presenti in questo salmo: "Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime" (v.13)... "È in te la mia speranza" (v.8)...

I GENITORI CATTOLICI

Con questo lamento Davide sintetizza molte situazioni che colpiscono un pò tutti nella vita. Consapevole dei propri peccati il salmista chiede al Signore (che riconosce come Correttore delle umane debolezze per stimolare il cammino della santità) di allontanare da sè "i colpi". Non imputa a Dio Onnipotente e misericordioso un comportamento ingiusto, come spesso fanno gli uomini che si ritengono a torto perseguitati (ma non si riconoscono mai peccatori!); implora, invece, il Signore di esaudirlo nelle sue preghiere. Non teme d'invocare il Signore "liberami da tutte le mie colpe, non rendermi scherno dello stolto". Quanti di noi hanno il coraggio di implorare il Signore anche con queste preghiere? In un mondo di soli diritti credo che, purtroppo, siano ben pochi.
"Sono rimasto quieto in silenzio: tacevo privo di bene, la sua fortuna ha esasperato il mio dolore. Ardeva il cuore nel mio petto, al ripensarci è divampato il fuoco; allora ho parlato: -Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e saprò quanto è breve la mia vita -". Questa situazione che porta molti a recriminare nei confronti del Signore la sorte apparentemente favorevole degli empi, stimola invece il profeta Davide a riflettere sulla caducità della vita umana e sulle effimere illusioni terrene che satana sventola sotto il naso dei "boccaloni". Concetto meglio espresso nel salmo 92, 8 "Se i peccatori germogliano come l'erba e fioriscono tutti i malfattori, li attende una rovina eterna" e ripreso da Gesù, mediante la parabola del ricco Epulone, con la terribile fine degli empi " Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti" (Lc. 16,20 seg.).
Questa consolatoria speranza non elimina comunque il dovere di combattere con tutti i mezzi soprannaturali (preghiera, sacramenti e Parola di Dio) ed umani (ovviamente consentiti dalle leggi) per contrastare il male ed ottenere giustizia.

padre PAOLO BERTI-francescano

Il salmista ha fatto il fermo proposito di essere controllato nell'agire e nel parlare mentre l'empio gli sta dinanzi.
Il salmista aspettava che Dio umiliasse l'empio colpendolo, e invece eccolo felice e forte, mentre lui si trova costretto a tacere, senza riuscire con ciò ad evitare la sua azione malvagia: "ma a nulla serviva, e più acuta si faceva la mia sofferenza"
Il cuore del salmista è oppresso e tenta di reagire con l'ira e il rancore, ma lui lo domina. Egli chiede a Dio umiltà; chiede la consapevolezza di quando sia fuggente la vita di ogni uomo si stampi nel profondo della sua coscienza: "Si, è solo un soffio ogni uomo che vive. Si, è come un'ombra l'uomo che passa".
La pace avanza nel suo cuore e chiede di essere liberato da tutte le sue colpe che ha commesso nell'agitazione del suo cuore, e vede bene che senza l'aiuto di Dio finirà per cadere nell'infedeltà a Dio ed essere così "scherno dello stolto".
Egli chiede di essere umile nelle umiliazioni; mite di fronte alle prepotenza.
"Perché presso di te io sono forestiero, ospite come tutti i miei padri". Il salmista riconosce la sovranità universale di Dio. Egli non considera di essere il padrone assoluto della terra che abita. Dio ha dato al suo popolo una terra dove abitare, ma tale terra non può diventare sua in assoluto, poiché in assoluto è solo di Dio. Il popolo la possiede, ma come un forestiero o un ospite che abita nella proprietà di un altro. Nel libro del Levitico si legge (25,23): "Perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti". Ciò corregge il pensiero dell'uomo di ritenersi il proprietario assoluto della sua terra, tanto da considerare come un essere inferiore chi non possiede beni, ma ciò non è perché il proprietario assoluto della terra è Dio, e Dio vuole che i beni abbiano una destinazione universale.
Il salmista si sente veramente a un passo dalla rovina, un castigato da Dio, ma continua la sua preghiera considerando con insistenza che "ogni uomo non è che un soffio", e che perciò non deve preoccuparsi di ribaltare l'empio, che sarà ribaltato da Dio, ma piuttosto di essere umile davanti a Dio perché anche egli non è che un "soffio".
Il salmista ha capito: quando feriti cerchiamo di piegare gli altri, di umiliarli, gli altri piegano noi, perché volendo farci giustizia da noi stessi, ci priviamo dell'intervento di Dio.

don LINO PEDRON dehoniano

Il salmo 39 è un cantico della miseria umana, fisica, morale, un canto della morte e del "male di vivere," una pagina di quella serie di lamentazioni che hanno percorso l'intera letteratura mondiale.

Il salmo 39 ci lancia un appello alla riflessione sulla morte e sul limite creaturale, ma una riflessione che ha nel fondo una fede in Dio nuda, difficile, lacerante ma proprio per questo una grande fede. Il poeta del salmo 39 ha vivissima la percezione della non-consistenza del vivere umano. Egli perciò si allinea al pessimismo e all'anticonformismo della sapienza di Qoèlet. Il tema di fondo di Qoèlet è espresso proprio dalla prima e dall'ultima battuta del libro, che contengono la stessa idea sviluppata dai vv. 5-7 del Sal 39: "Vanità delle vanità, vanità delle vanità, tutto è vanità (1,2 e 12,8). Per descrivere questo ammasso caotico di miserie e di assurdità che è la vita, Qoèlet e il salmista usano lo stesso termine, hebel che significa alito di vento impalpabile, ombra inafferrabile, nube che si dissolve al primo apparire del sole.

Il salmista però, diversamente da Qoèlet, lascia aperto uno spiraglio. Dio almeno ascolta, non è sordo, anche se in concreto non interviene. L'uomo se ne deve andare verso il baratro del nulla e della morte. Egli è certo però che Dio accoglie anche la sincerità disarmante del disperato che lancia a lui il suo ultimo grido.

Il salmo 39 è da ascoltare come una testimonianza di quell'eterno respiro di dolore che mai si spegne sulla faccia della terra.

"La conoscenza di Dio senza quella della propria miseria genera l'orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo costituisce il giusto mezzo perché noi vi troviamo e Dio e la nostra miseria" (Pascal).

Nella prima parte del salmo l'autore insegna al lettore la necessità di conoscere la propria miseria per evitare l'orgoglio, nella seconda parte la necessità di conoscere Dio per evitare la disperazione.

Tenendo conto della successiva rivelazione cristiana potremmo ancora citare una frase di Pascal: "Non vi è nulla sulla terra che non mostri o la miseria dell'uomo o la misericordia di Dio; o l'impotenza dell'uomo senza Dio o la potenza dell'uomo con Dio". Il cristiano infatti sa che la misericordia e la potenza di Dio possono guardare e chinarsi sulla miseria e sull'impotenza dell'uomo per sanarle. Per il salmista questo è solo una vaga speranza (v. 13). E allora, se Dio lo vuole, egli accoglie l'ultimo frammento di vita (un respiro) e infine la morte e il nulla.

 

Dossologia

A te, Padre, Iddio della vita,
che risusciti il Figlio da morte,
nello Spirito santo cantiamo,
pur noi certi di vivere sempre.

Preghiera

Guarda, Signore, a tutte le nostre angosce, ascolta anche i nostri silenzi:
mai un incredulo abbia a deriderti a causa della nostra condizione di infelici;
per quanto ognuno di noi sia ospite e pellegrino,
poiché sei stato tu a chiamarci alla vita,
noi abbiamo diritto di sapere cosa ci serba l'esistenza:
perchè vogliamo vivere, Signore!
Per la Risurrezione del tuo Figlio! Amen.

 

 

Inserito da  Martedì, 19 Agosto 2014 Letto 1386 volte
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