Salmo 42

Supplica ,con note di speranza, di un esiliato. 

 

                                  

salmo 42

CANTO DELLA NOTTE OSCURA DELL'ANIMA LONTANA

In un silenzio assoluto lacerato dall'urlo della cerva assetata, che non si lamenta tanto per la sete quanto per il torrente secco, ansiosamente cercato e scoperto alla fine della corsa, senz'acqua: per questa sete, con questo anelito e lamento
per fortuna qualcuno crede ancora, qualcuno canta...
Siamo tutti immersi in una plaga desertica e montuosa - quale il grande Sertão del Brasile:
nell'abbandono del povero da tutti, e di tutto - questi poveri, questi «scomunicati» dal mondo che conta...!
È anche di loro questo canto.

 

1 Al maestro del coro. Maskil. Dei figli di Core.
2 Come la cerva anela
ai corsi d'acqua,
così l'anima mia anela
a te, o Dio.
3 L'anima mia ha sete di Dio,
del Dio vivente:
quando verrò e vedrò
il volto di Dio?
4 Le lacrime sono il mio pane
giorno e notte,
mentre mi dicono sempre:
"Dov'è il tuo Dio?".
5 Questo io ricordo
e l'anima mia si strugge:
avanzavo tra la folla,
la precedevo fino alla casa di Dio,
fra canti di gioia e di lode
di una moltitudine in festa.
6 Perché ti rattristi, anima mia,
perché ti agiti in me?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.
7 In me si rattrista l'anima mia;
perciò di te mi ricordo
dalla terra del Giordano e dell'Ermon,
dal monte Misar.
8 Un abisso chiama l'abisso
al fragore delle tue cascate;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati.
9 Di giorno il Signore mi dona il suo amore
e di notte il suo canto è con me,
preghiera al Dio della mia vita.
10 Dirò a Dio: "Mia roccia!
Perché mi hai dimenticato?
Perché triste me ne vado,
oppresso dal nemico?".
11 Mi insultano i miei avversari
quando rompono le mie ossa,
mentre mi dicono sempre:
"Dov'è il tuo Dio?".
12 Perché ti rattristi, anima mia,
perché ti agiti in me?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

COMMENTI

don GIOVANNI NICOLINI

Iniziamo oggi un cammino nel "Secondo Libro " del Salterio, dal Salmo 41 al Salmo 71 . Sento necessaria una premessa! Nessuno Libro della Bibbia come il Salterio viene più illuminato in quanto viene...pregato! Sempre la Parola del Signore si illumina attraverso la preghiera, Quanto più questo Libro che è specificatamente un Libro di preghiera. E' la preghiera che i nostri Padri Ebrei hanno comunicato a noi discepoli di Gesù. E' quindi Parola che ci unisce in modo fortissimo al Popolo della Prima Alleanza!
Con il paragone di una cerva assetata il Salmo esprime la condizione del credente come "sete". Per tutto il Salmo accompagniamo un "dialogo" tra l'orante e la sua anima. E' infatti la nostra anima ad avere "sete di Dio, del Dio vivente". Come intendiamo l' "anima"? Possiamo considerarla come la nostra persona interiore, come la profondità del nostro essere. Possiamo pensarla come quel livello della nostra vita dove si compiono le esperienze più profonde della nostra esistenza. Possiamo pensare la nostra anima come quella che si affaccia ad una realtà che va' oltre la nostra stessa morte: "...quando verrò e vedrò il mio Dio?"(ver.3).
Questa "sete" è fortemente confrontata con l'attuale condizione dell'orante: "Le lacrime sono il mio pane giorno e notte"(ver.4), condizione che sembra quindi sfidare la nostra stessa fede. Da qui la domanda "retorica" che ci assedia: "Dov'è il tuo Dio?", sempre al ver.4. E si confronta con un passato – dice "questo io ricordo" al ver.5 – di partecipazione gioiosa alla festa di tanti, una festa della fede vissuta accanto alla "casa di Dio", cioè al Tempio di Gerusalemme. Quindi la condizione attuale è segnata dalla lontananza e dall'esilio. Mi permetto qui di sottolineare che la preghiera è sempre, in certo modo, segnata dalla lontananza, una lontananza che proprio la preghiera capovolge in vicinanza. Questo ha analogie profonde con ogni vicenda d'amore, dove la lontananza della persona amata è anche vicinanza, per la potenza del desiderio e attraverso la stessa dolorosità dell'assenza della persona amata!
Ed ecco, al ver.6, l'esplicitarsi del dialogo tra l'orante e la sua anima, e l'invito forte all'anima, affinchè immerga l'attuale sua tristezza nella speranza: "Perché ti rattristi...?...Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio"! Dal ricordo del passato gioioso si passa ora al più profondo – e drammatico – "ricordo di Te" del ver.7. La condizione di esilio e lontananza viene interpretata al ver.8 come un'ondata travolgente che sommerge tutta la vita.
Ma c'è appunto il dono supremo della preghiera, che reinterpreta l'attuale situazione e la consola con la luce della comunione di fede e di amore con Dio: "Di giorno il Signore mi dona il suo amore e di notte il suo canto...". Così è la preghiera e così è la sua potenza: capace di restituire alla speranza, e insieme vigile a non essere evasione dalla realtà e rassegnazione fatalistica. Per questo, al ver.10 : "Mia roccia! Perché mi hai dimenticato?...".Dunque un dialogo profondissimo e forse una "conversazione a tre" tra me, la mia anima e Dio stesso. Un Dio qui assolutamente silenzioso!. Un Dio che viene sfidato, o meglio sono io ad essere sfidato nella mia fede in Lui dalla realtà della mia situazione che sembra essere assediata anche dall'ironia canzonatoria del ver.11: "Dov'è il tuo Dio?".
Ecco dunque tutta la potenza della preghiera che è consolazione perché è speranza. Ma è speranza che non si lascia tentare né dall'evasione, né dall'alienazione.

RAVASI

Il Sicut cervus di Pierluigi da Palestrina, uno dei capolavori della musica rinascimentale, può fare da sfondo a questa stupenda lirica erroneamente divisa in due salmi, il 42 e il 43, in realtà unitaria, come è attestato dal ritornello antifonale di 42,6.12; 43,5. In tre atti si snoda in forma autobiografica la storia di un levita «scomunicato» da Gerusalemme e relegato a domicilio coatto in terra estranea, nell'alta Galilea, alle sorgenti del Giordano presso il monte Ermon e I'ignoto monte Misar. Pur circondato dalle chiare e fresche acque del fiume santo, egli ha sete di un'altra acqua, quella di Sion. Egli è come la cerva che, giunta ad un torrente secco, lancia al cielo il suo lamento: la gola del salmista ha 'sete del Dio vivente che in Sion si svela in tutto il suo splendore. La nostalgia della liturgia del Tempio (v. 5) è struggente, soprattutto ora che i nemici, i pagani, ironizzano sul giusto chiedendogli: «Ma dov'è mai il tuo Dio e Signore?» (v. Il). Indimenticabile è il soliloquio del poeta con la sua anima, presente nei vv. 6.12, un appello alla speranza perchè Dio non tacerà sino alla fine.

ROBERTO TUFFARIELLO

Per G. Ravasi, "è il canto salmico più bello". E' da considerare un salmo unico con il successivo 42/43. Si apre con quell'immagine piena di fascino: "Come la cerva anela
ai corsi d'acqua,/così l'anima mia anela
a te, o Dio...". E si chiude con le parole di speranza: "Spera in Dio: ...lui, salvezza del mio volto e mio Dio". La traduzione – dice Ravasi – non può rendere la bellezza del testo ebraico, dove, tra l'altro, c'è una parola che significa contemporaneamente "anima" e "gola" (nefesh). – Al v.3 dice l'orante: "Quando verrò e vedrò il volto di Dio?". Noi questo volto lo cerchiamo..., ma anche già lo conosciamo: è quello che Gesù ci ha "rappresentato" e raccontato. Mi piace, a questo proposito, ricordare un principio di quel bravo biblista cui ogni tanto faccio riferimento: Non dobbiamo pensare che "Gesù è come Dio", ma che "Dio è come Gesù". Le caratteristiche del Padre, i tratti della sua persona, del suo volto... sono proprio quelli che vediamo in quest'uomo, che a noi sembra troppo piccolo, povero e impotente...

don LINO PEDRON

Il Sal 42 è percorso da un'ansia, da un desiderio vitale verso Dio, ultima meta dell'essere. S. Teresa d'Avila esclamava "Ahimè, Signore, com'è lungo quest'esilio! La sete di vedere Dio me lo rende amaro per il cuore. La vita pare lunga a un'anima che aspira a vedere il suo Dio! Perché dunque restare in questo triste esilio?... Spera, spera, dunque, anima mia: tu ignori il giorno e l'ora; veglia accuratamente: tutto passerà rapidamente".

Nel grido di dolore della cerva assetata, il salmista vede riflessa la sua tragedia di esule, di isolato, di "scomunicato" da quella fonte di vita che è il tempio. La nostalgia che sconvolge l'orante è causata dall'impossibilità fisica di essere pienamente membro del popolo che cerca il volto di Dio.

Il modo della presenza di Dio è qui la sua assenza sentita. L'assenza non sentita, non cosciente, è assenza semplice, che non fa soffrire. L'assenza sentita è un modo di presenza alla coscienza e causa ansia e dolore. Paradossalmente le ironie dei nemici acutizzano la sensazione dell'assenza e moltiplicano così la presenza in forma di nostalgia.

Per tre volte il dolore produce il lamento, ma ogni volta esso è domato dalla voce che ammonisce al ritorno ad una più profonda consapevolezza. L'uomo spirituale sovrasta così l'uomo naturale. Ma accanto a questa sofferenza interiore si erge quasi come un muro di scherno e di ironia, costituito dalle insolenze continue degli atei che circondano il salmista. L'ateismo biblico e orientale non è tanto la professione di una negazione, quanto piuttosto il sarcasmo sull'indifferenza di un Dio lontano e relegato nei suoi comodi cieli. Agli occhi dell'ateo, l'illusione del credente non sarebbe tanto la fede nell'esistenza di Dio, quanto piuttosto la sua fiducia nell'intervento giusto e nella sua vicinanza. Il grido ironico e blasfemo: "Dov'è il tuo Dio?" esprime questo atteggiamento che colpisce il credente e aggiunge dolore al suo dolore. Il silenzio di Dio e l'umiliazione del giusto sembrano proprio essere una prova dell'impotenza e della sovrana indifferenza di Dio e, quindi, in pratica della sua non-esistenza (Sal 22,2-6).

DIMENSIONE SPERANZA

Il salmo 42 è la continuazione del salmo 41.

Nello sviluppo del medesimo tema, vi sono due accentuazioni particolari. La prima si riferisce a un aspetto del "divino tormento" della ricerca di Dio: la sensazione che il Signore a volte dà, all'anima assetata di lui, di tenerla lontana da è.

La via misteriosa del deserto, della notte, della fede pura, attraverso la quale Iddio purifica l'anima che vuole attrarre a sé. Gesù stesso, nell'orto e sulla Croce, volle esserci accanto in questa sofferta esperienza di amore: "..perchè mi hai abbandonato?". L'altro accento è sull'altare, sul quale è chiamata a convergere ogni nostra ricerca di Dio.

La frase del Nuovo Testamento cui puoi fare riferimento è:

"Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi...e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero"

Dossologia

A pieno cuore, Gesù, ti cantiamo
solo chi vede te, il Padre già vede;
tu hai detto: Venite e bevete
ad acque vive vi estinguo la sete:
tu, dello Spirito il tempio più vero!

Preghiera

Padre, nella nostra preghiera vogliamo raccogliere
la voce di tutti gli assetati:
dei vivi, dei morti
che chiedono refrigerio alle loro arsure;
ogni sete rivela
quanto queste cose non ci bastano, Signore;
e poiché solo in te sono le fonti della vita
a te noi sospiriamo giorno e notte:
sazia, ti supplichiamo, la nostra sete
donandoci l'acqua viva
che zampilla dal tuo cuore.
Amen.

La tua verità e la tua luce, o Signore, ci guidino nell'ardua ascesa d'ogni giorno: intorno al tuo altare, uniti nella carità, troveremo quella pace e quella gioia che tu solo sai dare.

Inserito da  Lunedì, 08 Settembre 2014 Letto 2291 volte Ultima modifica il Giovedì, 11 Settembre 2014
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