Salmo 88

Preghiera di un ammalato nella disperazione

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MA IO VOGLIO ANCORA GRIDARE

Lazzari, appestati di tutto il mondo, qui avete il vostro raduno, il vostro convegno. Insieme alla solitudine più fonda,. e alla morte, al desiderio di morte; e al tempo stesso, insieme alla più rabbrividente paura di morire. Tutto è chiamato per nome, a popolare la notte di sinistri bagliori, in danze di spettri. Voce senza eco, nell'infinito vuoto di una Presenza che è solo silenzio, o è perfino il nulla. Il nulla temuto, appena trafitto da uno scroscio di interrogativi senza mai risposta. Domande,. per non dire dubbi che tu non sia, Signore. Eppure anche così sei pregato da qualcuno. E la fede dice: invocato così perfino da Cristo. Divenendo lo stesso pregare segno che ci sei: che sei il TU necessario e inevitabile.

 

1 Canto. Salmo. Dei figli di Core. Al maestro del coro. Sull’aria di «Macalàt leannòt». Maskil. Di Eman, l’Ezraita.

2 Signore, Dio della mia salvezza,

davanti a te grido giorno e notte.

3 Giunga fino a te la mia preghiera,

tendi l’orecchio alla mia supplica.

4 Io sono sazio di sventure,

la mia vita è sull’orlo degli inferi.

5 Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa,

sono come un uomo ormai senza forze.

6 Sono libero, ma tra i morti,

come gli uccisi stesi nel sepolcro,

dei quali non conservi più il ricordo,

recisi dalla tua mano.

7 Mi hai gettato nella fossa più profonda,

negli abissi tenebrosi.

8 Pesa su di me il tuo furore

e mi opprimi con tutti i tuoi flutti.

9 Hai allontanato da me i miei compagni,

mi hai reso per loro un orrore.

Sono prigioniero senza scampo,

10 si consumano i miei occhi nel patire.

Tutto il giorno ti chiamo, Signore,

verso di te protendo le mie mani.

11 Compi forse prodigi per i morti?

O si alzano le ombre a darti lode?

12 Si narra forse la tua bontà nel sepolcro,

la tua fedeltà nel regno della morte?

13 Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi,

la tua giustizia nella terra dell’oblio?

14 Ma io, Signore, a te grido aiuto

e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.

15 Perché, Signore, mi respingi?

Perché mi nascondi il tuo volto?

16 Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte,

sfinito sotto il peso dei tuoi terrori.

17 Sopra di me è passata la tua collera,

i tuoi spaventi mi hanno annientato,

18 mi circondano come acqua tutto il giorno,

tutti insieme mi avvolgono.

19 Hai allontanato da me amici e conoscenti,

mi fanno compagnia soltanto le tenebre.

COMMENTI

RAVASI

«Il salmo più cupo del Salterio, la più tenebrosa di tutte le lamentazioni, il più drammatico De profundis, il Cantico dei cantici del pessimismo...»: queste ed altre definizioni coniate dagli esegeti esprimono l'impressione che si prova leggendo questa supplica estrema lanciata a Dio quando i piedi dell'orante sembrano irrimediabilmente affondare nella tomba e l'orizzonte si è ormai fatto buio e silenzioso. Il grido estremo, simile ad un SOS lanciato verso Dio, si svolge su due temi, il sepolcro (vv. 2-8) e la solitudine totale (vv. 9-19). Lo sheol, gli inferi biblici, domina tutta la lamentazione con la sua lugubre presenza; sembra quasi un canto della morte che si ramifica con la sua mano gelida nelle ossa e nella carne dell'orante. La morte, però, è anticipata dalla solitudine: chi è emarginato e solo, anche se vive, è come se fosse un cadavere. Anche Giobbe in pagine amarissime lamentava questo silenzio degli uomini (19,13 ss). Ma c'è un silenzio ulteriore, quello di Dio. Se negli inferi le Ombre tacciono e Dio è muto nei loro confronti, l'attuale silenzio di Dio è il segno che egli ha abbandonato quest'uomo, «triste» fin dall'infanzia, «infelice» e «malato» (v. 16). Ed allora è proprio giunta la fine, il nulla. All'orizzonte non c'è neppure una lama di luce come nelle altre suppliche salmiche. Sola amica ormai è la tenebra eterna infernale (v. 19).

 GIOVANNI NICOLINI

L’esordio di questo Salmo, i vers.2-3, avverto che dobbiamo quasi gridarlo perché ci impedisce di pensare che la persona che dice-grida tali parole sia morto! Questo è necessario, perché – almeno io ritengo sia così (!) – la drammaticità di questa preghiera è fonte e protezione di una speranza senza limiti: anche chi è “annoverato fra quelli che scendono nella fossa”(ver.5) è in relazione con Dio! Anche quando sembra che Dio gli sia assente, questo poverissimo, questo “più bambino”, come è detto nella bellissima regola di vita cristiana che leggo ogni giorno, è in relazione con Dio. Anche il ver.10 lo conferma: “Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani”. L’esperienza mi ha convinto che la realtà e la potenza della preghiera sono molto più presenti e profonde di quanto il nostro giudizio superficiale può cogliere e ritenere. Non saranno le sue labbra a gridare, forse non sarà neppure il suo pensiero a formulare pensieri come, ad esempio, quello che ascoltiamo al ver.4: “Io sono sazio di sventure, la mia vita è sull’orlo degli inferi”, ma è la sua stessa carne ferita, e la sua storia ferita, a dire e a gridare verso Dio la sua preghiera. Dunque, non è lui ad essere impossibilitato a pregare, ma forse sono soprattutto io incapace di unirmi a questa sua preghiera.

L’orante dice “sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa”(ver.5), ma in realtà egli è vivissimo nella sua condizione di passione: “Sono libero, ma tra i morti..”. Io apprezzo questa proposta della nuova versione biblica riveduta, perché evidenzia drammaticamente che questo “annoverato fra quelli che scendono nella fossa” è in realtà vivo! Dunque, la Parola ci sta dicendo che la preghiera si rende presente anche nelle situazioni e nelle condizioni che noi consideriamo affondate nella morte. Sto pensando non solo a condizioni “di coma”, ma anche a forme di “coma” psicologico o addirittura spirituale. Dentro a queste persone – che potremmo in ogni momento essere anche noi – il Cristo della Passione è presente e grida.

Al ver.7 ci troviamo davanti ad una brusca “curva” del testo, perché si passa dal soggetto in prima persona singolare al “Tu” di Dio stesso! E in questo modo Egli viene direttamente implicato, interrogato, e in certo modo sfidato! “Mi hai gettato nella fossa più profonda, negli abissi tenebrosi”. Il povero piccolo “orante”, senza ombra di dubbio, attribuisce a Dio la sua vicenda, senza sconti. Senza l’ombra di un riferimento ad eventuali suoi peccati che spieghino una punizione da parte di Dio. Si tratta dunque di un piccolo-povero innocente? Certo è molto forte il richiamo verso la Persona di Gesù! Molte volte mi accorgo di questa presenza di Gesù in un corpo che con la sua povertà celebra la Pasqua del nostro caro Signore.
I vers.11-13 pongono a Dio una grande obiezione: la morte pone fine alla relazione tra Lui e noi! I morti non possono dargli lode (ver.11); la versione greca di questo versetto ha una variante ironica: “...i medici risusciteranno i morti così che possano confessarti?”. Nel sepolcro nessuno narra la bontà di Dio e nelle tenebre non si conosce la giustizia divina. Quasi volesse chiedere a Dio come farà senza di noi! Questo è meraviglioso, perché se questa è Parola di Dio, la domanda viene da Dio stesso, e afferma quindi quanto preziosa sia anche per Lui la comunione con noi. Mio fratello Mario mi diceva che davanti ai resti mortali di nostro padre ha capito che non può non esserci la risurrezione, e lo pensava riflettendo alla meraviglia che è stata la vita terrena di nostro padre. Dunque, come può Dio rinunciare alla meraviglia della nostra relazione con Lui?
Al ver.14, dove il nostro testo dice “al mattino viene incontro a Te la mia preghiera”, troviamo il verbo che dice il pre-venire. L’orante reagisce a questo orizzonte di morte con la sua preghiera, che “previene” Dio stesso! Al mattino Dio trova che la nostra preghiera lo ha preceduto e prevenuto! Dunque, è una domanda severa quella che l’orante rivolge a Dio al ver.15: “perché mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto?”. Dobbiamo ricevere queste parole con immensa meraviglia e gratitudine!. Perché la cosa più ovvia sarebbe dire semplicemente che non c’è nessuno che può dire e fare qualcosa davanti al destino della morte. Invece, qui (!), il credente reagisce ponendo a Dio una domanda che è quasi anche un rimprovero! Permettetemi di dire una cosa: in questo momento io e il mio fratello ateo siamo vicinissimi! Entrambi davanti alla morte! La mia fede non mi consente e non mi concede una strada facile e una soluzione consolatoria! Ma mi regala questa domanda a Dio!
Questa vicinanza alla morte non è condizione dei vecchi solamente. “Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte”(ver.16). La Lettera agli Ebrei dice che il timore della morte tiene gli uomini “soggetti a schiavitù per tutta la vita”(Ebre.2,5). Il nostro Salmo non esime da questo il credente! Per questo credo che, se ci pensiamo un momento, vediamo quale grandissimo regalo sia la preghiera di questo Salmo! E come sia stupendo che la fede non ci tolga dalla condizione dei nostri fratelli non credenti, anzi, dice “Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi fanno compagnia soltanto le tenebre”(ver.19). Ed è qui – e da qui! – che oggi celebriamo la nostra fede e la nostra comunione con Dio.

LUCA - MAPANDA

I commentatori ebraici riferiscono questo salmo all’esilio di Israele, condizione vicina alla morte e per certi versi più grave della morte: è una ferita profondissima, la più profonda di tutte, una situazione senza uscita (versetto 8).
E’ importante pensare che questo salmo lo legge prima di tutti il Cristo, applicandolo a sè in modo che non ci sia nessun uomo, per quanto la sua condizione sia disperata, che rimane fuori da questa preghiera al Dio della mia salvezza.
Il cammino che stiamo facendo in questi salmi ci sta insegnando che la supplica, la fede e la speranza di Israele è che Dio ascolta.
Il salmo di oggi ci insegna la perseveranza nella preghiera, giorno e notte, come Giobbe nella sua situazione non si arrende a provocare Dio così anche il salmista.
Il versetto 6 cita la misteriosa affermazione della LXX “libero tra i morti”, certamente applicabile a Gesù come dice Col 1, 18 “primogenito dei morti” e Gv 8, 31 “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete al verità e la verità vi farà liberi”.

DON LINO PEDRON

Il Delitsch ha definito questo salmo "la più tenebrosa di tutte le lamentazioni salmiche". La tradizione cristiana ha applicato questo salmo al Cristo, uomo dei dolori. Il Getsemani di questo anonimo orante si trasforma nel Getsemani del Cristo, abbandonato dal Padre e dagli uomini. Il salmo diventa anche il grido di sofferenza per l’assenza di Dio che il fedele prima o poi sperimenta. Questo testo è anche un’espressione universale del dramma che non conosce confini di razza e di religione, quello del male e del dolore, spesso ingiustificabile e assurdo.

A. De Musset ha scritto: "Nulla ci rende così grandi come un grande dolore". Ma le voci che hanno urlato il contrario, nei secoli, sembrano molto più numerose.

Il salmo 88 è un invito a vivere senza falsi pudori le proprie crisi, a esporle con semplicità totale a Dio, anche quando ci sembra assente.

I PADRI DELLA CHIESA

v. 2 "La vita del Signore nostro fu consacrata a Dio notte e giorno. Egli prega sapendo che offrirà se stesso al Padre in sacrificio per tutte le nazioni" (Eusebio).

"Questo salmo fa memoria della morte del Cristo sofferta per noi. Egli piange su Gerusalemme decaduta dalla sua speranza. Il Cristo implora il Padre per la salvezza del popolo" (Atanasio).

"Questo salmo contiene i misteri della passione del Signore fino alla consumazione" (Girolamo).

v. 4 "Il Cristo porta nella sua anima i nostri peccati; è colmato di mali, è annoverato tra quelli che discendono nella fossa" (Origene).

"Il Signore Gesù ha assunto questi sentimenti dell’infermità umana per trasfigurare in sé il suo corpo che è la chiesa. Quando ci accade di soffrire ed essere tristi, non crediamoci estranei alla grazia del Cristo" (Agostino).

v. 5 "Hanno creduto di seppellirmi nella morte come gli altri uomini e non hanno creduto che sarei risuscitato" (Girolamo).

«Gesù solo, pur essendo morto per i peccati del mondo, era libero tra i morti, secondo queste parole del vangelo: "Viene il principe di questo mondo, ma egli non ha alcun potere su di me" (Gv 14,30). Non essendo dunque legato al peccato, egli risuscita, libero tra i morti, avendo egli solo il potere di riprendere la propria vita (cfr. Gv 10,18)» (Origene).

"Tutti gli altri hanno con sé il peccato come causa della morte, perché la morte è il castigo e il prezzo del peccato. Il Cristo solo affronta integro e senza peccato la morte. Gli uomini muoiono loro malgrado e sono quindi schiavi della morte; ma il Cristo è morto liberamente e volontariamente. È libero come chi non è trattenuto dai legami dell’inferno, ma vi è disceso con autorità, vi ha esercitato il suo potere, ha sciolto altri dalle catene" (Eutimio).

v. 6 "Gli altri uccisi dormono. Ma io, perché ti sei ricordato di me, risuscito calpestando la morte" (Atanasio).

v. 7 "Parla della fossa della tomba e della profondità della sventura" (Cassiodoro).

v. 8 "Questo sdegno di Dio si è rovesciato sul Cristo quand’egli stesso è passato attraverso la morte. I flutti simboleggiano un castigo violento e anche la morte" (Atansio).

v. 9 "Hai allontanato gli angeli e gli apostoli" (Girolamo).

"È prigioniero della sinagoga" (Atansio).

v. 10 "Piangevo sul popolo caduto dalle ricchezze divine all’estrema povertà del suo esilio" (Atanasio).

"I suoi occhi si chiusero in questa afflizione che è la morte perché non godevano dell’immunità della divinità, ma portavano l’infermità della condizione umana" (Arnobio il giovane).

«"Verso di te protendo le mie mani": si parla di Gesù sulla croce» (Girolamo).

v. 11 "Sono stato annoverato tra quelli del soggiorno dei morti affinché quelli che sono nella terra dell’oblio facciano l’esperienza delle tue meraviglie e narrino la tua verità" (Atanasio).

v. 16 "Gesù è stanco per il cammino (cfr. Gv 4,6): il suo cammino è la carne che ha rivestito, perché quale strada avrebbe potuto prendere colui che è ovunque? La sola via per venire a noi è la forma di questa carne visibile che ha assunto; è questa veste di carne la sua strada. Affaticato per il cammino? È affaticato per la carne" (Agostino).

DIMENSIONE SPERANZA

Questo salmo di dolore e di tenebre è un dialogo, una tenace preghiera al Tu divino, cui il salmista protende le mani giorni e notte.

La frase del Nuovo Testamento cui puoi fare riferimento è:
“Questa è la vostra ora, l’impero delle tenebre”. Lc 22,53Fai uno spazio di silenzio e di interiorizzazione

 

Dossologia

Tu conosci il terrore di morte,
Cristo: aiutaci a credere e a vivere,
a pregare, a cantare tu aiutaci,
quando senza speranze umane
rimettiamo nel Padre lo Spirito.

Preghiera

O Padre, che nel tuo Figlio Gesù Cristo
hai trasformato la nostra morte
in mistero di Risurrezione,
donaci di leggere la nostra vicenda umana
come il continuo rinascere alla vita,
e a quanti sono disperati
svela anche in faccia al sepolcro
l'alba del tuo giorno che viene.
Amen.

PERCHÉ TU SEI

Perché tu sei un peso grave
perché è duro rispondere alla tua voce
e il tuo messaggio è desolante,
tu mi perdonerai.
Perché grande è la mia vita
debole il mio volere
spenta la mia luce
tu mi perdonerai.
Perché grande è il mio orgoglio
fondo il mio bisogno
orribile la mia storia,
tu mi perdonerai.
Perché sono stanche le mie mani
di pregare; stanco il mio cuore
di perdonare; la mia bocca di benedire,
tu mi perdonerai...

 altra preghiera

Donaci, Signore, di amare il mistero della tua umiliazione nell’impotenza del sepolcro,e di imparare da te la paziente attesa, perché il chicco che si macera nell’umiltà del solco, prepari la fecondità della spiga.

 

 

Inserito da  Giovedì, 20 Agosto 2015 Letto 1231 volte Ultima modifica il Giovedì, 20 Agosto 2015
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