Giovedi Meditazione sulla passione di Gesú Cristo di S Alfonso Maria de Liguori

 

MEDITAZIONE DEL GIOVEDI
Nella Passione di Cristo S. Alfonso invita a contemplare l'amore "pazzo" di Dio per l'umanità. (tela nel Museo Alfonsiano - Pagani)

L’amore immenso di Dio
Ma non solo per puro amore Iddio ci donò questo suo Figlio, ma ce lo donò con amore immenso... Dio per mezzo di Gesù Cristo ci ha resi graziosi e cari. Originale è l’osservazione di sant’Alfonso quando parla dell’amore di Gesù Cristo: “Il tempo nostro non è più tempo di timore, ma tempo d’amore perché Gesù Cristo ci ha amati e per nostro amore s’è dato alla morte (id., p. 123)... (Egli poi) colla sua morte non ha finito di amarci (id., p. 124). Nella parte finale dell’operetta L’amore delle anime il santo avverte il lettore che nei suoi scritti sulla Passione di Gesù ha voluto raccogliere con ordine “i passi delle divine Scritture circa 1′ amore che Gesù Cristo ci ha dimostrato nella sua morte poiché non v’è cosa che possa più muovere un cristiano all’amore divino quanto la stessa Parola di Dio”. E continuando sancisce il criterio primario di ogni santità: “Tutti i santi sono stati innamorati di Gesù e della sua Passione, e per questo unico mezzo si sono fatti santi”. (cfr Avviso al lettore).

 

A molti può sembrare strano il fatto che sant’Alfonso abbia fermato le sue riflessioni sulla Passione di Gesù. Un motivo c’è. Sant’Alfonso ha scritto questi appassionati opuscoli perché nel suo secolo i giansenisti andavano diffondendo timore e terrore nel cuore degli uomini e negavano il valore universale della Redenzione di Gesù. Sant’Alfonso scrive per una ragione preminentemente pastorale, per aiutare a credere e a perseverare nella pratica di amare Dio. Come pastore pensa soprattutto ai più vulnerabili nella fede e nella vita cristiana. Per non correre il rischio di sminuire tutta l’opera amorosa della Redenzione di Gesù, il santo non rimase ozioso.

 

La Passione contemplata passo a passo
Le considerazioni ed affetti sopra la Passione di Gesù Cristo sono un commento semplice alla narrazione che ne fanno i Vangeli. è un fraterno invito a familiarizzare con la Bibbia. Infatti Egli scrive: “Sono belle e buone le tante contemplazioni che sulla Passione hanno fatte e scritte gli autori devoti; ma certamente fa più impressione ad un cristiano una sola parola delle Sacre Scritture che cento e mille contemplazioni e rivelazioni che si scrivono fatte ad alcune persone divote” (id., p. 136).
L’operetta è Vangelo meditato e pregato. Anche in essa il Santo afferma: “Nella Passione del Signore non tanto dobbiamo considerare i dolori e i disprezzi ch’egli patì, quanto l’amore con cui patì; mentre Gesù Cristo volle tanto soffrire non solo per salvarci, ma per farci intendere l’affetto che ci portava” (id., p. 138).

 

In questa operetta si ha conferma che il S. Dottore propone al cristiano il mistero di Cristo nella sua interezza quando afferma che non solo l’Incarnazione del Figlio di Dio ma anche la sua Passione è la manifestazione dell’amore di Dio.
Nelle singole considerazioni l’autore ci offre ricche modulazioni sul tema di fondo.

L’entrata di Gesù in Gerusalemme è considerata come un andare verso il popolo bisognoso di amore salvifico.
La benignità di Gesù si manifesta anche verso Giuda traditore perché “non lo discaccia da sé, non lo guarda di mal occhio, ma l’ammette alla sua compagnia e alla sua mensa” (id., p. 142). Sant’Alfonso considera “beato Giovanni ché poggiando la testa sul petto di Gesù intende la tenerezza che serba nel suo Cuore questo amante Redentore (id., p. 143). Non trascura inoltre di ricordarci il valore dell’Eucaristia con la quale “abbiamo continua memoria dell’amore immenso che ci ha dimostrato nella sua morte (id., p. 145).


Secondo l’intuizione e la meraviglia del Santo l’orto degli ulivi fu il luogo ove “si fece il primo sacrificio: Gesù la vittima, l’amore fu il sacerdote e l’ardore del suo affetto verso gli uomini fu il beato fuoco con cui il sacrificio fu consumato” (id., p. 147).
La pazienza di Gesù nella flagellazione è grande perché “non parla, non si lamenta, non sospira, ma offre tutto a Dio” (id., p. 157). Il Santo non rimane insensibile ed esclama: “sento che ogni vostra ferita mi domanda amore”.
Nella coronazione di spine ammira la mansuetudine. Dopo la condanna a morte Egli osserva: “Gesù con amore abbraccia la croce (id., p. 164).


La Crocifissione diventa la prova dell’amore di Dio: “Gesù in croce: ecco l’ultima comparsa che fa su questa terra il Verbo Incarnato. La prima fu in una stalla, quest’ultima in una croce; l’una e l’altra dimostrano l’amore e la carità immensa che egli ha per gli uomini”. Egli è consapevole che Gesù dalla croce gli cerca non tanto la compassione ma l’ amore ed esclama in una delle più commoventi preghiere: “datemi il vostro regno nell’altra vita e frattanto nella vita presente regni sovra di me il vostro santo amore. Il solo amore vostro domini nel mio cuore ed egli sia l’unico mio Signore, l’unico mio desiderio, l’unico mio amore” (id., p. 171). Ad ogni cristiano dice: “senti quel che ti dice il tuo Signore da quella croce: Figlio, vedi se v’è nel mondo chi t’abbia amato più di me, tuo Dio” (Id., p. 176).

 

Il volto del Crocifisso dipinto da S. Alfonso è un invito ad amarl (Foto Raccolta Marrazzo).

Accendere l’amore per il Crocifisso
Sant’Alfonso scrive Le Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo con l’intento di invogliare il suo lettore a fare “memoria” di questo evento straordinario perché crede fermamente che Gesù gradisca molto il nostro ricordo della sua Passione. C’è anche un motivo strettamente personale. Egli scrive queste riflessioni all’età di 77 anni per prepararsi al giorno dei conti. In esse si trova una parte generale in cui sono ricordati l’offerta di Gesù al Padre per la salvezza dell’uomo, la sua venuta nel mondo nell’umiltà e nella povertà, la vita di pene e di vituperi, la sua morte che “fu la pena di maggiore dolore e maggiore obbrobrio di Gesù che compì la Redenzione

 

  Il Santo si sofferma poi “sulle pene particolari che patì Gesù Cristo nella sua Passione” commentando il cap. 53 di Isaia in chiave soteriologica. Additando Gesù come l’uomo dei dolori nell’anima e del corpo, Egli scrive: “Patì in tutti i suoi membri: il capo gli fu tormentato dalle spine, le mani e i piedi dai chiodi, la faccia dagli schiaffi e sputi e tutto il corpo dai flagelli... così il Redentore apparve nella sua Passione come un lebbroso che non ha parte di carne sana e mette orrore a chi lo guarda, in vedere un uomo tutto piaghe da capo a piedi” (id., pp. 201‑202).

 

Questa immagine di Gesù sofferente gli è stata sempre impressa nel cuore. Segno ne è una tela che il Santo dipinse a Napoli negli anni della sua giovinezza (1719). Nella Passione di Gesù sant’Alfonso scorge la volontà del Padre quando scrive: “La Passionedel nostro Redentore non fu opera degli uomini... Gesù, pieno di carità, volentieri si offrì senza replica ad eseguire la volontà del Padre” (id., pp. 202‑203). Riflettendo sulla flagellazione il Santo commenta che essa “fu il tormento più crudele che abbreviò la vita del Redentore; poiché la grande effusione di sangue fu la causa principale della sua morte” (id., p. 212). Il doloroso viaggio al calvario, dopo la sanguinante coronazione di spine accrebbe la crudeltà nei confronti di Gesù. Sant’Alfonso considera un grande mistero l’amore col quale Gesù abbracciò la croce ed accettò la crocifissione: “Gesù in croce fu uno spettacolo che riempì di stupore il cielo e la terra”: spettacolo di giustizia, di misericordia e principalmente di amore.

 

Dinanzi a tale testimonianza il Santo resta sconcertato: “Come va che tanti cristiani quantunque sanno per fede che Gesù Cristo è morto per loro amore, invece di impiegarsi in servirlo ed amarlo, s’impiegano ad offenderlo e disprezzarlo per gusti brevi e miserabili?” (id., p. 224).
Nessun momento della Passione sfugge all’attenzione di sant’Alfonso. Gesù diventa un punto di riferimento pieno di speranza. “La morte, egli scrive, da un oggetto qual ella è di dolore e di spavento, Gesù morendo la mutò in passaggio dal pericolo di una rovina eterna alla sicurezza di una eterna felicità” (id., p. 259). Perciò esorta: “Procuriamoci di guardare la morte non come sciagura ma come fine del nostro pellegrinaggio... e come principio della nostra felicità eterna” (id., p. 260).La Croce, cioèla Passionedi Gesù diventa perciò “la via e la scala per salire in cielo. Beato chi 1′ abbraccia in vita e non la lascia fino alla morte” (id., p. 225).

 

Nelle ultime quattro riflessioni l’autore si attarda nel precisare l’amore che Gesù Cristo ci ha dimostrato e sulla gratitudine, confidenza e pazienza degli uomini. Egli scrive che la Passionedi Gesù è l’incentivo più forte che deve muoverci ed infiammarci ad amare il nostro Salvatore (id., p. 277), perché quanto ha patito Gesù Cristo l’ha patito per ciascuno di noi” (id.). Perciò il Santo insiste sull’atteggiamento di gratitudine.

Riprendendo una frase di sant’Agostino dice: “a noi che crediamo per fede un Dio morto in croce per nostro amore, non è lecito amarlo poco; non deve esserci fisso nel cuore altro amore se non quello che dobbiamo a colui il quale per nostro amore ha voluto morire trafitto in croce” (id., p. 289).

Crocifisso dipinto da S. Alfonso nel 1719; la sacra immagine si impresse indelebilmente nel cuore del giovane avvocato (tela a Ciorani-SA- Foto Raccolta Marrazzo).

 

La Croce, salvezza del mondo
Pieno di stimolo alla speranza è il suo commento ad una affermazione di san Giovanni Crisostomo: “la croce, cioè Gesù Crocifisso, è la speranza dei fedeli, perché se non avessimo Gesù Cristo non vi sarebbe per noi la speranza di salute. È il bastone dei zoppi: tutti siamo zoppi nel presente stato di corruzione, altra forza non abbiamo di camminare nella via della salute che solamente quella che ci comunica la grazia di Gesù Cristo. È la consolazione dei poveri, quali tutti siamo, poiché quanto abbiamo, tutto l’abbiamo da Gesù Cristo. È la distruzione dei superbi, poiché i seguaci del Crocifisso non sanno essere superbi, vedendolo morto qual malfattore in croce. È il trionfo dei demoni, mentre il solo segno della croce basta a discacciarli. È il maestro dei principianti:

 

quanti belli insegnamenti dà la croce a quei che cominciano a camminare nella via di Dio” È il nocchiero dei naviganti: oh come ben ci guida la croce nelle tempeste della presente vita!. È porto dei pericolanti: quei che stanno in pericolo di perdersi per le tentazioni o forti passioni, trovano un porto sicuro ricorrendo alla croce. È consigliera dei giusti: quanti santi consigli ci dà la croce, cioè la tribolazione nel tempo della vita! È il riposo degli afflitti: e dove gli afflitti provano maggiore sollievo che nel mirar la croce ove patisce un Dio per loro amore? È medico degl’infermi, gli infermi che si abbracciano alla croce, restan guariti da tutte le piaghe dell’anima. È la gloria dei martiri: questa è la maggior gloria che hanno i martiri, di esser fatti simili a Gesù Cristo re dei martiri” (id., pp. 292‑293).

 

L’ultima riflessione del Santo è sulla necessità della pazienza, come capacità di saper soffrire: “Ciascuno in questo mondo va trovando la pace e vorrebbe trovarla senza patire; ma ciò non è possibile nello stato presente: bisogna patire; le croci ci aspettano in ogni luogo ove ci portiamo. Ma come abbiamo da trovare la pace in mezzo a queste croci? Colla pazienza, con abbracciar la croce che ci si presenta... Non ci perdiamo d’animo, guardiamo sempre le piaghe del Crocifisso, perché da quelle trarremo la forza di soffrire i mali di questa vita, non solo con pazienza ma ben anche con gaudio e allegrezza” (id., pp. 324‑325). Tutte le riflessioni si compendiano nell’esortazione: “attendiamo anime amanti del Crocifisso nella vita che ci resta ad amare quanto possiamo questo nostro amabil Redentore e a patire per Lui poiché tanto ha voluto patire per nostro amore; e non cessiamo di pregarlo continuamente che ci conceda il dono del suo santo amore” (id., p. 337).

 

Nelle Meditazioni poi ci imbattiamo in un’abbondanza di perle preziose di tale luminosità che non permettono a chi se ne impossessa di continuare a vivere da figli delle tenebre. Agli sfiduciati sant’Alfonso dice: “La Passione di Gesù Cristo è la nostra consolazione: chi mai può consolarci tanto in questa valle di lacrime quanto Gesù Crocifisso?”:La Passione di Gesù è la fonte di ogni bene spirituale: “quanto noi abbiamo di grazia da Dio, di lumi, d’ispirazioni, di santi desideri, di affetti divoti, di dolore dei peccati, di buoni propositi, di amore di Dio, e di speranza al paradiso, tutti sono frutti e doni che ci provengono dalla Passione di Gesù Cristo” (id., pp. 343‑344).

 

L’uomo vale perché è stato redento da Gesù Cristo: “quanto più grande è la gloria nostra in essere stati redenti da Gesù Cristo colla spesa del suo medesimo sangue, una stilla del quale vale più di mille mondi?” (id., p. 346). Tutta la vita di Gesù Cristo fu “priva di sollievo”. Le afflizioni di Gesù non furono tanto “i patimenti che doveva soffrire nella sua vita e specialmente nella sua morte, quanto la vista di tutti i peccati che gli uomini dovevano commettere dopo la sua morte...” (id., p. 351).

Dinanzi a “Gesù morto in croce” sant’Alfonso invita il cristiano ad alzare gli occhi e guardare: “La fede t’insegna ch’egli è il tuo Creatore, il tuo Salvatore, la tua vita, il tuo liberatore, è quegli che ti ama più di ogni altro, è quegli che solo può renderti felice” (id., p. 357).

 

Le statuette della Passione di Gesù che il papà di S. Alfonso portava sulla sua nave. Dal papà don Giuseppe il giovane Alfonso imparò ad amare la Passione di Cristo. - Le statuette si trovano tra i ricordi alfonsiani a Ciorani - SA.

Una Passione da vivere con memoria
Le Meditazioni per quindici giorni pongono il cristiano dal Sabato di Passione al Sabato Santo nelle condizioni di cogliere l’animo di Gesù negli ultimi giorni terreni che vanno dall’ingresso in Gerusalemme fino alla “crocifissione e morte”. Dalle sue immediate introspezioni il Santo fa scaturire la preghiera dell’uomo convertito e redento.

Altro prezioso opuscoletto sono le Meditazioni per ciascun giorno della settimana. Restano impresse nell’animo alcune espressioni: “e chi eravamo noi, o Signore, che a tanto caro prezzo abbiate voluto acquistarvi il nostro amore?... E chi potrà mai arrivare a comprendere qual accesso d’amore sia stato mai questo?... Non v’è mezzo che possa maggiormente accenderci del divino amore, quanto il considerarela Passione di Gesù Cristo” (id., pp. 381‑383). “Un’anima che crede e pensa alla Passione del Signore, Egli continua, è impossibile che l’offenda e che non l’ami, anzi non impazzisca d’amore” (id.).

 

II Calvario diventa per sant’Alfonso il “teatro dell’amor divino”. Commentando la parola di Gesù tutto è compiuto, il Santo dice: “uomini, tutto è compiuto, è fatta la vostra Redenzione” (id., pp. 396‑397).

Rimangono del Santo tra il popolo cristiano altri opuscoli sulla Passione ed esercizi divoti come la Via Crucis (1761), i Gradi della Passione (1751), che sono una forma di preghiera litanica con il ricordo degli ultimi tratti della Passione di Gesù, la Coronella delle sante piaghe di Gesù Crocifisso (1737).

 

Non deve essere dimenticata la Predica della Passione di Gesù Cristo pubblicata nel 1772. In essa è suggestiva l’invocazione alla Croce: “Vieni o Santa Croce, vieni e fatti vedere da questo popolo. Tu sei l’arca fortunata, in cui può trovarsi la salvezza nel naufragio di questo mondo: tu la verga prodigiosa che dai forza agli uomini di poter divenire da mostri d’iniquità verghe fiorite di sante virtù: tu sei il serpente di bronzo, alla cui vista i peccatori avvelenati dalla colpa possono riacquistare la primitiva santità: tu sei l’albero eletto e risplendente, scelto tra mille a sostenere le membra del Redentore. Tu finalmente fosti l’altare penoso, in cui volle il Salvatore del mondo essere sacrificato per la nostra salvezza; dunque dammi forza ed aiuto di rappresentare a queste anime fedeli le ignominie, i dolori e le agonie che patì Gesù Cristo, quando sovra di te lasciò la vita” (id., p. 402).

 

La conclusione è un invito alla fiducia e all’amore: “Venite, peccatori, ecco Gesù Cristo che sta colle braccia aperte per abbracciarvi” (id., p. 417).

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Inserito da  Giovedì, 24 Marzo 2016 Letto 740 volte Ultima modifica il Giovedì, 24 Marzo 2016
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