Salmo 29

La forza della voce di Dio nella storia

Mare in tempesta

   LA VOCE DEL SIGNORE TUONA SULLE ACQUE  

 E a Dio si prostra adorante
tutto quello che è sui cieli e sulla terra,
di buona voglia o a dispetto,
e le ombre loro ancora
al sorgere dell'alba e al calar della sera. 

 

1 Di Davide.
A te grido, Signore, mia roccia,
con me non tacere:
se tu non mi parli,
sono come chi scende nella fossa.
2 Ascolta la voce della mia supplica,
quando a te grido aiuto,
quando alzo le mie mani
verso il tuo santo tempio.
3 Non trascinarmi via con malvagi e malfattori,
che parlano di pace al loro prossimo,
ma hanno la malizia nel cuore.
4 Ripagali secondo il loro agire,
secondo la malvagità delle loro azioni;
secondo le opere delle loro mani,
rendi loro quanto meritano.
5 Non hanno compreso l'agire del Signore
e l'opera delle sue mani:
egli li demolirà, senza più riedificarli.
6 Sia benedetto il Signore,
che ha dato ascolto alla voce della mia supplica.
7 Il Signore è mia forza e mio scudo,
in lui ha confidato il mio cuore.
Mi ha dato aiuto: esulta il mio cuore,
con il mio canto voglio rendergli grazie.
8 Forza è il Signore per il suo popolo,
rifugio di salvezza per il suo consacrato.
9 Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità,
sii loro pastore e sostegno per sempre.

COMMENTI

1 – RAVASI
Nel silenzio di Dio muto come una lapide si leva il grido di un uomo circondato da perversi e da ingiusti. Eppure egli è certo che, nonostante l'indifferenza apparente di Dio e la situazione quasi mortale del giusto, uno sbocco ci sia: Dio «paga secondo le opere» (v. 4). È a questo punto che la scena muta con violenza: Dio parla ed interviene ed allora il grido del giusto si trasforma in benedizione e in lode (vv. 6-9). Il Salmo 28 è, quindi, un canto di attesa della Parola di Dio, l'unica parola risolutrice che squarcia la notte dell'anima e blocca la morte. «Ecco, vengono giorni in cui manderò la fame sul paese: non fame di pane ne sete d'acqua, ma di udire la parola del Signore», diceva il profeta Amos (8,11).

Secondo molti studiosi questo folgorante corale della tempesta sarebbe il salmo più antico: esso desume lessico, simboli, idee dal mondo indigeno preisraelitico, quello cananeo a noi noto soprattutto per le scoperte di Ugarit in Siria. L' ode, sorta forse nel XII sec. a.C., è scandita da una cupa onomatopea: per sette volte rimbomba la parola ebraica qol che significa sia «tuono» sia «voce». Nel cosmo scatenato il poeta intravede, quindi, un segno del Creatore. La tempesta in Canaan era vista come l'orgasmo di Baal, il dio fecondatore con la sua pioggia. Nel salmo, invece, è solo uno strumento con cui Dio svela la sua trascendenza: egli è sopra la bufera e in lui e con lui c'è solo pace (vv. 9-11). La tempesta è sceneggiata nel suo svolgimento: dal Mediterraneo alla catena del Libano (Sirion è il nome fenicio), sino alle steppe meridionali di Kades ove le cerve e le pecore incinte per il terrore dei lampi e dei tuoni abortiscono. Ma nel gorgo ciclonico della storia e della natura noi abbiamo un punto fermo in lui, il Signore che «benedice il suo popolo nella pace».

2 FIGLIE DELLA CHIESA

Forse non abbiamo mai riflettuto molto su questo salmo. Non è tra quelli che vengono recitati o cantati molto nella liturgia, eppure è uno dei salmi maggiormente studiati, perché ha delle caratteristiche particolari. Anzitutto è probabilmente il salmo più antico. Si tratta, forse, di un inno pagano delle popolazioni cananee, che abitavano la Palestina prima degli ebrei; un inno in cui si trovano dei paralleli negli antichi testi ugaritici e babilonesi. Era un'esaltazione della divinità: nello scoppio di una tempesta, soprattutto sulle alte montagne, come nel Libano (e capita anche oggi), questi uomini sentivano qualche cosa che li faceva tremare, che li portava all'esperienza dell'aldilà, ed esprimevano questi sentimenti nelle forme della poesia e nel quadro della loro cultura pagana. Il salmo è dunque un esempio significativo di una valorizzazione che il popolo di Dio ha fatto anche di poemi e di canti sacri di altre culture, di uomini che cercavano Dio senza conoscerne il vero nome, rileggendoli nel quadro della propria concezione dell'uomo e dell'esistenza.
È singolare anche nella sua struttura. Si potrebbe definire "il salmo dei sette tuoni", perché sette volte vi è menzionato il tuono. Ma lo si potrebbe chiamare anche "salmo delle sette voci", perché la parola ebraica "qòl" che nella nostra versione è tradotta con "tuono", significa anche "voce", ripetuta sette volte (vv 3. 4 (2 volte), 5, 7, 8, 9). Quindi è il salmo della "voce" di Dio; sotto il simbolo del tuono e di ciò che esso suscitava nell'uomo antico, celebra in realtà la voce di Dio, la forza della voce di Dio nella storia
Inoltre è un salmo singolare e interessante perché, partendo dall'origine cananea, è stato ripensato e arricchito nel quadro di tutta la storia di salvezza, e porta con sè le vestigia della preghiera millenaria di un popolo. Il nome di Dio è stato introdotto, nella versione ebraica, in tutta l'espansione della sua presenza: il salmo menziona 18 volte il nome di Jahweh, e usa in modo sistematico il parallelismo attraverso coppie sinonimiche ("gloria e potenza", "gloria e nome", "acque e acque immense", "potenza e maestà", "vitello e bufalo", "Libano e Sirjon"). È un salmo pieno del nome di Dio; fa risuonare nell'esistenza il nome di Dio come Jahweh, cioè come colui che "è" presente e che salva.

1. II salmo parla anzitutto del tempo atmosferico, dello scatenarsi della natura. È evidente che il salmo è un inno al Signore cosmico della tempesta. Invece di incitare se stesso o di rivolgersi ad una assemblea, il salmista interpella alcuni "esseri divini"; non si dice se in senso reale o come semplice ricorso poetico. L'epilogo identifica il Dio del cosmo con il Dio "del suo popolo", cioè Israele. È l'esperienza del numinosum o sacro, come è descritta da R. Otto nel libro "sacro". È tipica di questa esperienza la polarità: prima della rivelazione di qualcosa che attrae e incute tremore, l'uomo si sente intimorito; scopre nel fenomeno naturale qualcosa che lo trascende, si sente superato, come ingoiato da una voragine che minaccia di annichilirlo e promette di liberarlo" (cf Schokel p. 524-525). "L'Uomo è giunto a creare, tra le grandi acque nere e fredde, una zona abitabile ore fa chiaro e caldo. Ma quanto è precaria questa dimora! In ogni istante la grande Cosa terribile fa irruzione, quella cosa di cui noi ci sforziamo di dimenticare la continua presenza: fuoco, peste, tempesta, terremoto, scatenarsi di forze morali oscure che trascinano in un istante, senza riguardi, ciò che noi avevamo faticosamente costruito e ornato con tutta la nostra intelligenza e il nostro cuore" (P. Teilhard de Chardin: "Le milieu divin" p. 172, in Ravasi, p. 536-537).

2. Dietro a questa immagine sta tutta la forza, la potenza della natura, così come l'uomo riesce a coglierla in certi momenti privilegiati. Per noi essi sono ridotti; tuttavia esistono momenti di contemplazione del silenzio della montagna, di un'improvvisa bufera di vento e di tempesta, di un uragano, oppure momenti nei quali il tramonto sul mare o l'alba in montagna, ci richiamano a realtà più profonde che non riusciamo sempre a identificare. C'è dunque nel salmo la voce della natura, quella voce che l'uomo impara a riconoscere quando si coglie nella sua verità e si sottrae al tumulto. Ma questa voce del tempo naturale dell'uomo è letta, nella vicenda del popolo di Dio, come la voce della storia, la voce del tempo storico in cui l'esistenza dell'uomo si compie. Allora il salmo può essere riletto, con allusioni alle grandi vicende di Israele, ai grandi eventi dell'Esodo, ai momenti in cui la voce di Dio si è manifestata per liberare il popolo:

* La tempesta sulle acque immense (vv 3-4). Le acque immense potrebbero essere le acque cosmiche, che attentano allo splendore dell'essere creato e che, perciò, sono simbolo del caos e del nulla. Nel v 10, infatti, si evoca esplicitamente il mabbùl, il "diluvio" primordiale.

* La tempesta sulle montagne del nord (vv 5-6). Sono le montagne del Libano e dell'Hermon. chiamato qui col nome fenicio Sirjon (Dt 3,9; Sal 89,13), uno dei monti tradizionali della Bibbia per segnare il confine settentrionale della terra promessa. Il primo effetto del temporale è grandioso, le chiome degli altissimi cedri sono sconvolte e fracassate, i tronchi scorticati e schiantati. Il Dio della tempesta e del cosmo liquida tutte le false immagini delle divinità pagane. "Egli spezza i cedri del Libano, come ha fatto a pezzi un vitello d'oro" (Es 32-34) (S. Basilio. PG 29, 296).

* La tempesta sul deserto meridionale (vv 7-9b). Verosimilmente la tempesta ora si estende al deserto di Giuda ove affiorano soltanto cespugli d'erba e arbusti. Anzi arriva sino al deserto di Qades, l'estremo lembo meridionale della Palestina, terra di raccordo con l'Egitto. Qui, probabilmente, vengono evocate tutte le vicende descritte nell'Esodo, nei Numeri 13, 26, essendo Qades e il suo deserto un fondale notissimo per molti eventi della marcia d'Israele nel deserto. Si tratta sempre della grandiosa presenza di Jahweh, proprio comenel Sal 68. 8-9: "Dio, quando camminavi per il deserto, la terra tremò, stillarono i cieli davanti al Dio del Sinai ".

* Jahweh sul trono cosmico (vv 9c-l 1). "Il versetto 9c è la chiave di lutto il salmo: esso ci conduce al di sopra del tumulto terrestre, nel santuario del ciclo, dove il coro degli esseri celesti riconosce e celebra anche questo avvenimento sulla terra come una manifestazione della gloria di Jahweh" ('on Rad). In conclusione l'inno ha un unico tema la Kabòd, la "gloria", la realtà stessa di Dio. Ai suoi piedi è posto il mabbùl, l'oceano primordiale, radice di ogni grandioso intervento demolitore dell'acqua impetuosa, dal diluvio di Noè (Gen 6-8), a tutte le tempeste (Sal 18, 12; 97,2; 104,3; Is 54, 9-11).

Trasposizione cristiana.
Il salmo può venire letto in chiave cristiana pensando a quegli eventi evangelici in cui la voce di Dio o la voce di Cristo hanno segnato l'esistenza dell'uomo come esistenza chiamata alla salvezza. Pensiamo alla "voce dal cielo" durante il battesimo di Gesù (Mc 1,11; Lc 3, 22): "Ecco il mio Figlio prediletto"; alla voce di Gesù che comandava ai venti sul mare di Tiberiade: "sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati (Mc 4, 29); al suo forte grido prima di morire, quella grande voce che con forza e con potenza cambia il destino della storia: "Gesù gridò a gran voce..." (Mt 27,46). Pensiamo al fragore che accompagna la venuta dello Spirito Santo: "Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano "(At. 2,2).
Il salmo indica anche il mondo e la storia per ciascuno di noi e per la nostra esistenza, messa in moto, talora sconvolta e riportata alla piena coscienza di sè dalla voce di Dio. Può venire letto come una lode alla voce di Dio che, nella mia vita, schianta tutte le resistenze, colpisce tutto ciò che vorrebbe deprimermi, che vorrebbe tenermi schiavo, e mi apre le porte della libertà e dell'autenticità. Questa è la voce potente di Dio, che risuona ancora in mezzo a noi, che è proclamata nella chiesa, che è viva nella forza dello Spirito che anima, e in tulle le esperienze autentiche di dono, di sacrificio, di rinuncia. Questa è la voce che noi siamo invitati a riconoscere come "voce che schianta i cedri", che fa fremere le montagne. È la voce della fede capace di trasportare le montagne, la voce di Dio divenuta nostra, interiorizzata, resa presente alla nostra esistenza e capace di esprimersi con coraggio e franchezza nel nostro ambiente, capace di opporsi coraggiosamente ad ogni voce diversa.
Dunque il salmo proclama la potenza della voce di Dio, che ha creato ogni cosa, nella natura, nella storia del popolo, nella storia di Cristo e nella vita di ciascuno di noi, e ci invita a vedere il mondo e l'esistenza umana come portati, sostenuti e vivificati da questa parola.
Il salmo è preceduto da un invitatorio: "Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome" (v 1). Siamo invitati a riconoscere che la realtà forte e decisiva è l'iniziativa d'amore di Dio. Siamo invitati a prostrarci, riconoscendo la forza di Cristo risorto e vivente che anima il mondo; a scoprire, noi deboli, fragili, paurosi, timidi, la potenza di Dio nella nostra esistenza. E allora ecco che "il Signore darà forza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace" (v 11). Questa è in realtà la fine del salmo. Forse per motivi liturgici, il salmo si chiude con il versetto che termina con "Gloria (v 9c), ma nell'ebraico il salmo si chiude con la parola "pace", shalom. Dal riconoscimento della potenza della voce di Dio nella storia e nella mia vita, la promessa della forza e della pace. Il riconoscere la parola di Dio nell'esistenza, come progetto, come stimolo, come appello, è pace per l'uomo.

3 - GIOVANNI NICOLINI

Ai vers.1-2 il verbo "date" ripetuto tre volte porta in sè il significato dell'offerta a Dio, il senso di una liturgia di lode e di glorificazione che ha la sua piena esplicazione con quel "prostratevi al Signore nel suo atrio santo", espressione che si riferisce al Tempio come luogo dell'incontro con Dio e della sua glorificazione da parte del suo popolo. In questo modo si stabilisce una stretta relazione tra il Tempio e tutto il creato. E questo è molto importante perchè le "religioni" tendono a divinizzare qualche elemento particolarmente potente della creazione, cedendo in questo modo a forme di idolatria. Invece solo il Signore bisogna adorare, mentre tutta la creazione e tutta la storia sono "luoghi" della sua manifestazione o "segni" della sua potenza. Quindi mi sembra che questo piccolo grande Salmo vada inteso come grande inno a Dio contro tutte le forme più o meno evidenti di adorazione del creato. Noi potremmo pensare erroneamente che il tempo in cui viviamo abbia superato il rischio di "deificare" qualcosa o qualcuno! Siamo invece preda di deificazioni molto più pericolose e di mitizzazioni molto più gravi: all'antica adorazione idolatrica della natura si aggiunge molto più pericolosa, oggi come nel passato, e più che nel passato, anche attraverso la potenza dei mezzi di comunicazione, l'adorazione di idoli fatti dalle nostre stesse mani, come i prodotti delle nostre tecnologie, o i terribili miti della ricchezza, della potenza prepotente,della lussuria più violenta e sfacciata, come vediamo anche ai nostri giorni, accanto a noi.
Secondo S.Agostino "le acque" di cui dice il ver.3 sono tutti i popoli e la loro potenza: la "voce del Signore", del Dio di Israele, del Padre di Gesù, è sopra a tutti i popoli della terra perchè è di tutti e per tutti. Infatti questa "voce del Signore" che caratterizza e accompagna l'intero Salmo è l'evento della Parola di Dio. Penso che l'espressione "voce del Signore" vada intesa come la "Parola del Signore" quando diventa evento e concreta esperienza dell'uomo. E' quindi la Parola quando diventa "voce" verso di me. Solo a questa "voce" spettano le attribuzioni di "forza" e di "potenza"(ver.4). E' la voce del Signore a manifestarsi ben più potente di tutte le potenze da Lui stesso create: i cedri del Libano impressionanti per la loro immensità e la loro longevità (ver.5), la potenza di nazioni pagane come il Libano o la mestosa grandezza del monte Hermon, qui chiamato Sirion (ver.6), sono tutte realtà che Dio ha in suo potere e che in ogni momento Egli può scuotere e distruggere.
Quindi, ascoltiamo dai vers.7-9, è Dio che con la sua Parola guida tutto quello che accade nella creazione e nella storia. tale è la fede di Israele che nel Tempio di Gerusalemme raccoglie e indirizza tutto e tutti alla glorificazione di Dio: "Nel suo Tempio tutti dicono ". Il Signore, che è al di sopra dei cieli e delle acque che sono sopra il cielo, è l'unico vero Signore ora e per sempre (ver.10). E' dono fatto al suo popolo e grande compito di questo stesso popolo custodire e manifestare tutto questo: tale è la vera potenza che al piccolo popolo di Dio è stata data. Per questo e in questo "il Signore benedirà il suo popolo con la pace" (ver.11).

4- ROBERTO TUFFARIELLO

Il bell'invito iniziale è rivolto a tutti noi, chiamati "figli di Dio" (e lo siamo veramente, dice l'apostolo Giovanni). Cosa dobbiamo dare a Dio? "Date al Signore la gloria del suo nome"(v.2). Mi fa pensare alle parole che sempre diciamo: "Sia santificato il tuo nome": manifesta tutta la forza del tuo amore... Ed ecco la Voce, la Parola, che si manifesta ovunque e produce effetti forti e ben riconoscibili. Eppure, noi siamo sordi e ciechi: duri di cuore e lenti a capire. Ci sarebbe da preoccuparsi; senonchè il Signore che conosciamo è benignità e misericordia; dobbiamo solo – come ha ricordato anche oggi Giovanni nell'omelia – "voler bene"... "Il Signore benedirà il suo popolo con la pace"(v.11).

Dossologia

Venne una voce dal cielo che disse:
ecco l'Eletto, il mio Figlio amato:
sia gloria a lui, il Cristo Signore,
cui obbediscono il vento e il mare.

Preghiera

Dio del fuoco, del vento e del tuono,
Dio, misteriosa presenza che ti nascondi
nella fenditura della roccia
come nel cavo di un albero
o anche nell'occhio di una colomba;
Dio che l'universo non riesce a contenere,
donaci il tuo santo timore,
donaci un cuore attento a tutti i tuoi passaggi
sulle vie dell'uomo:
sia che tu irrompa come un uragano,
sia che tu spiri leggero
come un alito sopra le messi all'alba:
purché ti riveli, Signore,
e noi ci inginocchiamo mentre tu passi.
Amen.

 

 

 

Inserito da  Sabato, 26 Luglio 2014 Letto 1200 volte
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